03 ago 2012

“Sette”, “antisette”, “setta degli antisette”, “aiuto” e altre riflessioni (settima e ultima parte)


Benché alcune associazioni “antisette” affermino di ricevere annualmente centinaia se non migliaia di richieste, esse non forniscono dati che ci permettano di capire in che cosa sono consistiti l’aiuto e le consulenze forniti e per quali motivi siano state contattate.

Come i siti di alcuni movimenti controversi, anche quelli delle associazioni “antisette” sono molto parchi di informazioni sul loro modo di operare e di fornire aiuto, e (come per alcuni movimenti controversi) l’unico modo per scoprirlo sembra essere il contatto diretto, la relazione personale.

Inspiegabilmente con le associazioni “antisette” si riscontra una evidente ritrosia a esprimere pubblicamente il proprio pensiero, a produrre riflessioni e articoli, a presentare il resoconto annuale delle attività e, soprattutto, a illustrare il contenuto delle richieste che ricevono e dell’intervento offerto. In genere quei siti si rivelano dei semplici depositi di materiali altrui trovati in Internet e ricopiati, a sostegno delle proprie convinzioni (il blog Pensieri Banali ha fatto un’analisi impietosa dei siti dell’ARIS e della FAVIS), o una sorta di rassegna dell’orrore in cui ci si limita a riprendere gli articoli a stampa sull’argomento.

Uno dei pochi, se non l’unico sito di associazione “antisette” in cui ho trovato qualche informazione sulla natura delle richieste pervenute è quello della SOS Antiplagio di Novara, che non appartiene al Forum delle associazioni ecc. ma che ne condivide discorso e finalità.

Come è possibile constatare, vi ritroviamo gli elementi discorsivi già analizzati in questi articoli e una pervasiva ricorrenza del prefisso pseudo-.

Parlare di pseudo- (religioni, veggenti, carismi e carismatici, conoscenza, ecc.) è indice di una determinata credenza/ideologia: si parte dalla presunzione di conoscere dove sia il vero- e il non illustrare come distinguere lo pseudo- dal vero è segnale che ci si sta rifacendo al pensiero mainstream (in Italia, quello di tradizione cattolica) contrapposto alla devianza [1]: il cattolico sa che la vera religione è la sua, che i veri veggenti sono quelli approvati dalla sua chiesa, che la vera conoscenza è quella rivelata dall’unico e vero Dio, quello cristiano.

Il sito di SOS Antiplagio riporta l’elenco delle richieste pervenute all’associazione nel 2011 e sembra confermare quanto già rilevato dalla Di Marzio nel suo specchietto. Sono quasi tutte richieste di aiuto di parenti e riguardano i casi più disparati, di cui pochi relativi a presunte “sette distruttive”. Tra di essi, soltanto due riguardano fuoriusciti (apparentemente di loro iniziativa) da ciò che loro definiscono “setta”.

Alla luce delle riflessioni fatte fino ad ora, sono a mio avviso particolarmente interessanti queste voci e il linguaggio utilizzato:
  • Provincia di Novara, una setta esoterica del biellese che propina anche il Reiky [sic], opererebbe matrimoni celtici (a scadenza temporale). Un giovane pare sia stato irretito da una adepta a celebrare questo matrimonio. Sia il ragazzo che i suoi familiari sono stati assistiti dai nostri consulenti.
  • Siamo contattati da un signore italiano che vive in Brasile; egli ci segnala l'esistenza di un legame tra alcune logge massoniche di Novara e la Congregazione dei Testimoni di Geova.
  • Bellinzago, un culto satanista già ampiamente conosciuto, tiene degli incontri di studi settimanali, presso la propria sede.
Personalmente, né questi né gli altri casi riportati mi paiono idonei a evidenziare l'esistenza di un problema connesso alle “sette abusanti” e a fenomeni di “plagio”, a conferma di quanto sia infondato l'"allarme sociale" propalato dagli “antisette” e il loro ossessivo invocare una legge ad hoc.

Ristuccia, presidente e fondatore della SOS Antiplagio, non manca inoltre di:
«far notare come l'immigrazione trascina con sé i propri santoni, imbroglioni ed altri che diffondono anche qui in Italia le loro dottrine, superstizioni, magie e quant'altro: fenomeno già conosciuto ma che aumenta con la differenziazione degli stranieri che giungono nel paese
Tutto il capitolo relativo alle religioni di origine “extracomunitaria” (suppongo africana, caraibica e latinoamericana) è interessante.

Anche Ristuccia ritiene che gli studiosi siano “complici delle sette” e pone l’accento su una presunta:
«continua campagna denigratoria ai danni di associazioni, come SOS Antiplagio, che contrastano i culti settari. [...]

E' veramente sconfortante osservare, come tali professionisti, si accaniscono al punto tale da etichettare associazioni come la nostra, col termine da loro inventato di “sette antisette”. Una assurdità talmente mastodontica da rasentare l'ilarità, se non fosse per tutte quelle persone assistite da noi, traumatizzate per essere cadute nella trappola di un mago, di un santone o di una setta distruttiva.

Si osserva un certo coordinamento con rappresentanti dei culti sotto processo, per organizzare una vera e propria campagna diffamatoria ai danni di chi, come la nostra associazione, dona un servizio utilissimo alla società, affrontando in prima persona disagi, rischi, querele e minacce di ogni genere.

A questi incontri di coordinamento delle sette, tra loro e qualche professionista, avrebbe partecipato anche un noto studioso dei culti in Piemonte. La cui linea da anni è quella di difendere i culti settari, minimizzando gli allarmi della presenza dei culti in Italia, opponendosi al varo di una legge necessaria in Italia [...]

Da anni si cerca di contrastare tali pericoli, [...] ancora oggi vi sono forti pressioni affinché non venga varato nessun strumento normativo a difesa del cittadino contro chi specula sulla sofferenza. E' anzi urgentissimo [correre ai ripari contro] tali attacchi all'individuo, alla famiglia, al patrimonio e soprattutto alla stabilità sociale [...]»
In questo passaggio ho evidenziato i termini a mio avviso indicativi di una modalità discorsiva che vuole far leva sull’emotività del lettore, senza però portare dati oggettivi e verificabili. È una modalità che abbiamo già visto utilizzata altrove, per esempio da Don Aldo Bonaiuto e da Maurizio Alessandrini, entrambi esponenti dell’associazionismo “antisette” e referenti della Squadra Anti Sette della Polizia di Stato.

A Ristuccia va il mio ringraziamento e plauso per aver resi pubblici questi dati e le sue considerazioni, a differenza di quanto fanno le associazioni consorelle di SOS Antiplagio. Purtroppo però, tolto il generico intervento di psicoterapeuti e avvocati, manca l’esplicitazione del tipo di aiuto offerto. Sarebbe interessante conoscere per esempio quante volte, nell’attività di aiuto, si è parlato di maligno e quante s’è cercato di attribuire alla propria credenza/ideologia (esistenza del “plagio”) i diversi problemi e preoccupazioni presentate.

Noto poi che i relatori delle serate e conferenze organizzate da SOS Antiplagio sono soltanto due: il presidente Ristuccia, le cui competenze per affrontare certe tematiche sono ignote, e l’anziano dott. Giorgio Gagliardi, grande sostenitore dell’esistenza dei SRA (satanic ritual abuse), ormai ampiamente sconfessati dai processi tenuti nel corso degli anni e dalla letteratura scientifica [2], ma ancora in grado – anche grazie all’apporto massmediatico – di scatenare panici morali (si pensi ad esempio ai casi dell’asilo Corelli di Brescia e della scuola di Rignano Flaminio, molto simili ai casi americani, canadesi e inglesi di cui la letteratura scientifica s’è ampiamente occupata).

Mi concedo una digressione per evidenziare una curiosa affermazione che trovo sulle pagine di SOS Antiplagio riferita all’attività del 2011 (grassetto aggiunto):
«I nostri esperti sono spesso chiamati a sostenere attività di consulenza d’ufficio presso diversi tribunali nel territorio nazionale. In alcuni processi, come quello ormai finito sul caso Arkeon, hanno eseguito perizie su alcuni fuoriusciti
La ritengo curiosa perché la sentenza di primo grado del processo contro alcuni dirigenti di Arkeon è stata emessa soltanto il 16 luglio 2012 e trattandosi del primo grado tutto si può dire, salvo che il processo sia “ormai finito”. Come poteva mai esserlo, nel 2011 resta un mistero.

Ovviamente mi auguro che, trattandosi di atti pubblici scaturiti da un processo, un giorno potremo conoscere le modalità con cui sono state condotte tali “perizie d’ufficio” (che significa: ordinate dal giudice), giusto per avere un’idea della metodologia utilizzata.

Non è la prima volta, infatti, che ci troviamo di fronte a “perizie” sui generis in cui le conclusioni si esprimono in tre diverse ipotesi alternative tra loro: “scettica, benevola e preoccupata” (perizia che, per inciso, riguardava il figlio di una madre affiliata ad Arkeon, all’epoca “Reiki”, chiesta dal padre in una causa di separazione, simile a quelle riferite dal sito SOS Antiplagio.)

Come abbiamo visto, in linea di massima l’associazionismo “antisette” italiano mantiene una forte ideologia non condivisa dalla maggioranza degli studiosi del campo (perciò a suo modo settaria) che si manifesta su livelli diversi, tra cui:
  1. cercare di distogliere il membro dal gruppo a cui ha deciso di aderire;
  2. dare solo informazioni negative sui gruppi di minoranza, definiti indistintamente “sette” o “psicosette” (con tutto il portato denigratorio che il termine ha assunto);
  3. attivarsi per contrastare le loro attività (foraggiare la stampa, segnalazioni alla polizia, consulenze ai magistrati, cercare di costituirsi parte civile nei processi, ecc.);
  4. sostenere la reintroduzione della legge sul plagio, forti della convinzione che l’unico motivo di conversione a certe credenze sia la “manipolazione mentale”.
Credo sia doveroso interrogarsi sulle forme di aiuto offerte da chi mantiene tale ideologia.

Nel terzo articolo di questa serie ho accennato al convegno ICSA del 2007 dove per la prima volta sentii parlare di mediazione. Per me che provenivo dal mondo dell’antisettarismo era una parola sconosciuta. La “vittima” andava “tirata fuori dalla trappola della setta” e ci si doveva attivare per danneggiare il gruppo (allertare i media con racconti dell’orrore, convincere le vittime a sporgere denuncia, ecc.).

Il problema però è che così facendo si scavano fossati più profondi di quanto già non siano e in parecchi casi più che dare aiuto all’altro si portano avanti finalità dettate dalla propria credenza/ideologia, a cui si socializzano persone nuove, viste come potenziali “reclute” delle associazioni. Ciò di cui gli “antisette” accusano le “sette” di fare.

Ricordo di aver discusso di mediazione con una decana dell’associazionismo antisette italiano; le feci presente che in fondo i gruppi non sono tutti uguali, non si mantengono immutati nel tempo, il coinvolgimento personale può essere più o meno profondo.

Gruppi che vengono considerati “sette distruttive” sulla base del racconto di un parente preoccupato o di un ex membro arrabbiato, potrebbero non esserlo affatto; non va escluso a priori che si tratti di semplici gruppi “alternativi” del tutto ignari delle preoccupazioni di un famigliare o delle lamentele di un ex. Movimenti che in passato hanno realmente tenuto comportamenti da “setta distruttiva” oggi sono cambiati, alcuni hanno fatto il mea culpa e si sono assunti le proprie responsabilità.

Un’associazione che si ponga da tramite, che presenti al gruppo le lamentele raccolte, che faccia presente quali preoccupazioni o problematiche suscita in alcuni, potrebbe già risolvere pacificamente molti conflitti. O come ci raccontò un relatore al convegno ICSA, responsabilizzando il gruppo su certe questioni si possono ottenere ottimi risultati. Nel suo caso si trattava di una studentessa che aveva abbandonato gli studi per immergersi nelle attività del gruppo. Una serie di incontri con i suoi dirigenti fece sì che furono loro stessi a convincerla a rimettersi a studiare e ad allentare la frequentazione del gruppo, senza per questo interromperla. Sul fronte familiare la mediazione portò i genitori ad accettare il diritto della figlia di fare le proprie scelte e la ragazza a capire le preoccupazioni e le critiche dei genitori.

Purtroppo, la decana “antisette” con cui parlai mi disse chiaramente che “con i banditi non si media”, per cui loro in quanto associazione sarebbero andati avanti per la strada che avevano sempre battuto. Due decenni prima avevano provato a mediare con un paio di gruppi ed era andata male; forte della convinzione che “tutti i gruppi sono uguali e non cambiano”, a suo modo di vedere cercare di mediare significava “farsi prendere in giro” e perder tempo.

E' vero che a volte la mediazione non risulta possibile, né che darà in ogni caso i risultati sperati. Ma ritengo che un tentativo andrebbe sempre fatto. Se però si parte dal presupposto che tutti i gruppi sono uguali e immutabili nel tempo, che sono tutti “banditi”, che ogni sede locale è uguale e “banditesca” come la “casa madre” e i suoi membri sono tutti “plagiati o plagiatori”, la mediazione verrà esclusa automaticamente dall’orizzonte del pensabile.

Capita invece che siano i rappresentanti dei gruppi presi di mira dalle associazioni a cercare un incontro, ma si vedono chiusa la porta in faccia. Il caso di Pietro Bono citato nel quinto articolo di questa serie è significativo, ma non è il solo. Interessante è per esempio il recente commento della presidente del CeSAP alle lamentele di una persona da anni bersaglio dei forum di discussione gestiti dal Centro Studi nocino. Data la disponibilità manifestata dal diffamato mi sarei aspettata una reazione diversa dalla responsabile di un “Centro Studi Abusi Psicologici”, oltre che una moderazione ferma degli interventi offensivi. Ma ho già avuto modo di parlare dello stile di moderazione cesappino e anche della reale capacità di «confronto aperto e sereno» e di «dialogo proficuo» dimostrato dal Forum delle associazioni ecc.. (vedi quinta parte).

Sono stata personalmente testimone di due “interventi di aiuto antisette” che all’epoca mi lasciarono parecchio perplessa:
  1. una importante esponente dell’associazionismo italiano consigliò alla parente di un fresco affiliato a Scientology di «andare a far casino sui giornali». In questo modo l’affiliato sarebbe stato “dichiarato PTS” e sospeso da corsi e servizi. A suo modo di vedere, il problema era di facile soluzione: «farlo sbatter fuori»;
  2. due giovani si erano rivolti a una associazione italiana perché preoccupati dall’affiliazione di un congiunto a un certo gruppo. L’esponente dell’associazione cercò notizie in Internet e chiese anche alle consorelle europee, senza ricavarne nulla salvo informazioni ufficiali, positività, lodi e benemerenze. Nulla di negativo da nessuna parte da poter sottoporre ai ragazzi. Alquanto affranta, l’esponente non trovò di meglio che invitarli a partecipare al convegno FECRIS imminente in quei giorni. I due ascoltarono per 8 ore filate relazioni sulla pericolosità delle “sette distruttive” (a cui erano stati convinti che il congiunto si fosse affiliato) e uscirono terrorizzati per le sorti del loro caro.
Sono a conoscenza di altri episodi anche più scabrosi, ma essendomi stati riportati da terzi mi astengo dal citarli.

Ritengo che le associazioni di aiuto e sostegno siano importanti e vadano incoraggiate, ma non dovrebbero confondere l’aiuto con istanze e ideologia antisette. Le “sette distruttive” esistono, esistono le relazioni disfunzionali, esistono le persone più fragili e influenzabili ed esiste l’influenza indebita e chi la esercita. Ma l’aiuto è una cosa, la volontà di contrasto o distruttiva è un’altra.

Chi esce da un gruppo cosiddetto “ad alte pretese” potrebbe incontrare problemi a reinserirsi nella società, in particolare se il suo coinvolgimento con il gruppo è stato molto profondo, a tempo pieno (es. gli staff di Scientology, in particolare della Sea Org). I condizionamenti lasciati dalla dottrina possono essere importanti e liberarsene non è sempre facile; in questi casi è molto importante l’aiuto di un ex membro che sappia “parlare la lingua”, che conosca la dottrina e sia in grado di identificare l’insegnamento che continua a influire negativamente sulla persona. Questo tipo di aiuto non deve però diventare un nuovo indottrinamento a ideologie e credenze altrettanto intransigenti e settarie, o una sottile forma di reclutamento nel proprio gruppo.

Le professioni di aiuto sono notoriamente le più difficili e le buone intenzioni da sole non bastano – meno che mai in un campo così complesso e variegato. Ogni caso è diverso, è inserito in un contesto familiare e relazionale unico, coinvolge più aspetti del vivere e del vissuto.

L’obiettivo primario di chi offre aiuto deve sempre essere il benessere dell’altro nella sua interezza, differenza e complessità, non il portare avanti le proprie istanze, ideologie, fini, interessi o missioni salvifiche.

Psicoterapie Folli, una delle “bibbie” degli antisette, parla del mitologico Letto di Procuste. L’esperienza personale in ambito antisette mi spinge a ritenere che in una realtà così impregnata di ideologia, sprofondata nel dogma e nel rifiuto di posizioni, interpretazioni, interrogativi diversi, vi si faccia troppo spesso ricorso.


Note:

1. Interessante a questo proposito il riferimento ai “movimenti d’odio” americani citati alla nota 3 del secondo articolo di questa serie.

2. Per esempio, The Extent and Nature of Organised and Ritual Abuse: Research Findings, J.S. La Fontaine, Her Majesty’s Stationery Office, Londra 1994; Speak of the Devil: Tales of Satanic Abuse in Contemporary England, J.S. La Fontaine, Cambridge University Press, 1998; Il Ritorno della stregoneria, A. Simonicca, in Comparativamente, (a cura di) P. Clemente, C. Grottanelli, SEID, Firenze, 2009; Abusi sessuali collettivi sui minori, A. Zappalà, Franco Angeli, 2009.


02 ago 2012

“Sette”, “antisette”, “setta degli antisette”, “aiuto” e altre riflessioni (sesta parte)


Aiuto

Definizione della parola aiuto del Grande Dizionario Italiano (UTET):
intervento a favore di qualcuno o qualcosa in difficoltà
verbo aiutare:
fare oggetto di aiuto o di assistenza, agevolare, favorire.
Come per la parola setta anche aiuto e aiutare si direbbero dei “termini contenitore” che ognuno riempie con le proprie credenze e la propria emotività.

Le dottrine dei Nuovi Movimenti Religiosi, al pari dei “vecchi”, contengono messaggi di aiuto e speranza che si potrebbero riassumere con un:
Alla fine del tunnel [qualunque esso sia, e quale sia il tuo tunnel lo sai tu] c’è la luce. Forse ora non sei in grado di vederla, ma noi ti aiutiamo a raggiungerla. Il nostro compito è assisterti nell’impresa, accompagnarti, educarti.
La “morfologia” del tunnel e il percorso per uscirne è ciò che differenzia le varie dottrine spirituali e religiose e le relative prassi. Alcune ci sono familiari perché rimandano alle forme a cui siamo già stati educati e socializzati, a messaggi salvifici noti e, come tali, accettabili e condivisibili. Altre non appartengono alla nostra cultura e ci paiono assurde, bizzarre, ridicole, incredibili. Ma è innegabile che alla base di quelle dottrine c’è un messaggio di aiuto. Il medesimo messaggio di aiuto è riscontrabile nei gruppi del potenziale umano (dagli antisette definiti “psicosette”), in cui la componente spiritual-religiosa è assente o celata agli occhi del neofita, tanto da non risultare immediatamente evidente.

Nel primo articolo di questa serie ho accennato a Parsons, secondo il quale i processi socializzativi sono strettamente legati al controllo sociale. Per mantenersi e riprodursi, la struttura sociale necessita di norme che la tengano insieme. Ognuno di noi interiorizza quelle norme grazie al processo socializzativo svolto in prima battuta dalla famiglia e, in seconda, dalla scuola e da altre agenzie, per esempio quelle religiose e morali di riferimento. Il controllo sociale consiste essenzialmente nel sanzionare i comportamenti devianti (che potrebbero rompere l’equilibrio della struttura) e nell’allontanare o espellere chi li tiene.

Sempre nel primo articolo, ho riportato la definizione di setta come di un
gruppo di persone che professano una particolare dottrina politica, filosofica, religiosa e sim., in contrasto o in opposizione a quella riconosciuta o professata dai più.
Ogni setta, però, è un gruppo sociale dotato di una sua cultura, di una sua struttura e di sue norme interne condivise dagli appartenenti, che a loro volta considereranno devianti le istanze non conformi.

Più un gruppo mantiene una ideologia forte e dogmatica più numerose saranno le norme, maggiori le richieste di conformismo e il controllo sociale. La devianza e il conflitto porterebbero alla disgregazione del gruppo, che già si trova a dover fronteggiare una cultura di maggioranza che invece il gruppo contesta o a cui si oppone.

Abbiamo così che se il messaggio iniziale di aiuto è quello più appariscente, sarà comunque inevitabilmente accompagnato da richieste più o meno forti di conformismo, dalla convinzione di essere circondati da nemici e dalla chiusura verso l’esterno. Quanto maggiori saranno queste richieste, convinzioni e chiusure, tanto più noi percepiremo quel gruppo come intransigente e settario. Ciò che fa setta, pertanto, è il modello relazionale esistente tra gli aderenti e verso l’esterno, non un’etichetta apposta ex cathedra da chi considera deviante il messaggio salvifico non mainstream.

È innegabile che anche tra i Nuovi Movimenti Religiosi troviamo modelli relazionali settari, così come li riscontriamo in altri raggruppamenti sociali. Ma non si tratta di modelli necessariamente criminali o criminogeni; per alcune persone essi possono addirittura rappresentare un’ancora di salvezza, un modello che permette loro di funzionare adeguatamente in una società pluralista sempre più ricca di proposte, di richiami, di offerte che le lasciano frastornate. Rapporti asimmetrici, direttività e relazioni di dipendenza non sono necessariamente patologici.

È chiaro, e su questo c’è il più ampio consenso, che se all’interno di un gruppo si commettono dei reati, quei reati vanno sanzionati. Ma all’interno dei NMR non si commettono più reati di quanti se ne commettano in altri gruppi sociali. È invece più probabile la presenza di codici morali diversi che determinano certi comportamenti, i quali potrebbero essere giudicati immorali dalla mentalità predominante. La morale è strettamente legata alla cultura, all’insieme di credenze. Tuttavia, tra immorale, pericoloso e illegale c’è differenza.

Uno dei leit motiv degli “antisette” è che l’interesse deve concentrarsi sui comportamenti, non sulla credenza – che in virtù del concetto di political correctness andrebbe sempre rispettata.

È convinzione generale, però, che i comportamenti giudicati immorali (un esempio su tutti, l’omosessualità) siano anche pericolosi e vadano contrastati. Tuttavia, noi viviamo in una società liberale sempre più pluralista, sempre più complessa, sempre più attraversata da istanze e traiettorie diverse; per poter razionalizzare la presunta pericolosità di certi comportamenti si deve perciò ricorrere alla ideologia come definita da Wilk (vedi quinta parte) cosicché l’opinione pubblica si convinca della necessità di contrastarli. E c’è un ulteriore problema: credenza e comportamento sono strettamente collegati.

Di “prelogica e logica classica” secondo Lévy-Bruhl ho già parlato altrove. Altri studiosi si sono interessati alle credenze altrui in relazione ai comportamenti: Malinowski sosteneva che per comprendere l’azione sociale degli individui fosse necessario «osservare il loro mondo con i loro occhi», principio alla base dell’osservazione partecipante.

Evans-Pritchard ha dato un grosso contribuito teorico alla comprensione dell’altro, del diverso, nel suo famoso libro Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande. In esso, l’autore analizza la struttura del pensiero magico del popolo stanziato tra gli attuali Congo e Sudan studiato alla fine degli anni ’20 del ‘900. Evans-Pritchard giunse alla conclusione che il pensiero zande ha una sua coerenza interna: date certe premesse si hanno determinate conseguenze. Restava il problema di capire perché, pur dimostrandosi razionali nelle incombenze quotidiane, gli Azande potessero fondare i loro ragionamenti su premesse logiche chiaramente errate. Secondo l’autore il problema della razionalità non andava posto nell’alternativa vero/falso, ma in termini di coerenza interna di ogni sistema di credenze.

In questa prospettiva, conoscere la credenza dei NMR è essenziale per comprendere il comportamento dei loro membri e dargli un senso. Anche la cosa più apparentemente assurda diviene così comprensibile dal loro punto di vista e cadono parecchie ipotesi “plagiarie” che pretenderebbero di spiegare univocamente certi comportamenti.

La sostanza ultima degli autori citati e di altri etnologi è che dobbiamo liberarci dall’etnocentrismo che ci porta a considerare sbagliato, assurdo, primitivo, pericoloso - e quindi sanzionabile - ciò che non rientra nei nostri modelli e nei nostri schemi culturali e morali.

Sebbene Malinowski, Lévy-Bruhl, Evans-Pritchard scrivessero di cosiddette “società primitive”, il loro approccio può essere utilizzato per cercare di comprendere i gruppi sociali contemporanei di minoranza. Questo sforzo non nega il diritto di sottoporre ad analisi critica [1] i codici morali e le norme altrui; dibattito e maggior conoscenza portano a una migliore comprensione, a più tolleranza, a meno intransigenza e paura del diverso.

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, l’associazionismo “antisette” non si è generalmente dimostrato più bendisposto alla critica [1] dei suoi codici morali, meno chiuso e dogmatico, meno dotato di una ideologia forte e intransigente di quei gruppi a cui appone l’etichetta di “setta”.

Così come le “sette”, anche quel tipo di associazionismo offre aiuto e si è dato una missione salvifica strettamente collegata alle sue credenze, le quali dimostrano di avere una coerenza interna. Come per gli Azande studiati da Evans-Pritchard, «date certe premesse si avranno determinate conseguenze».

Se si mantiene la credenza che le “sette” plagino i loro membri, abbiano inevitabilmente dei “fini loschi” e una lunga scia di “vittime”, la forma di aiuto offerta consisterà nel “tirarle fuori da quella trappola” mentre la missione salvifica sarà il mettere in guardia parenti preoccupati e opinione pubblica sui pericoli che tali “sette” rappresentano per l’individuo e la società. Si tratta di un’opera di convincimento e di socializzazione alle proprie credenze comune a tutti i gruppi sociali.

Psicologia e sociologia ci insegnano che l’opera di convincimento può consistere nell’analisi razionale e completa dei fatti oppure nel tentativo di persuasione, che è quel processo manipolativo che, aggirando la ragione, fa appello all’emotività.

In questo senso, il discorso di un certo associazionismo “antisette” non sembra diverso da quello dei gruppi che esso considera “sette”. Tende infatti a far leva sulle paure e su un presunto allarme sociale; a sottolineare la sua funzione di aiuto, il suo ruolo sociale positivo e di denuncia, la sua base volontaristica e quindi intrinsecamente “buona”; a presentarsi “sotto attacco continuo”, “attacco” portato a dimostrazione del fastidio dato “ai cattivi” e perciò della bontà del proprio operato; a esibire riconoscimenti istituzionali (es. qualche patrocinio pubblico, qualche appoggio politico o l’essere assurti al ruolo di informatori privilegiati e collaboratori della Squadra Anti Sette della Polizia) a garanzia del proprio operato, ecc. [2]

Tuttavia, come succede con i movimenti controversi anche nel caso dell’associazionismo “antisette” è generalmente arduo riuscire a capire dall’esterno quale sia la forma di aiuto realmente offerta alle varie tipologie di richiesta. La parola aiuto è già in sé un “termine contenitore” che ognuno di noi riempie con il suo personale portato emotivo. Se uno aiuta e offre aiuto siamo automaticamente indotti a pensare che faccia intrinsecamente del bene.

Benché alcune associazioni “antisette” affermino di ricevere annualmente centinaia se non migliaia di richieste di aiuto, esse non forniscono dati che ci permettano di capire in che cosa è consistito l’aiuto dato e per quali motivi siano state contattate.

Lo specchietto riportato nel libro Nuove religioni e sette ci dice che nel periodo in cui l’autrice (Raffaella Di Marzio) gestì il centro di ascolto romano del GRIS (1998-2000) arrivarono 315 richieste di aiuto da parte di familiari e seguaci (57,3%), 147 richieste di informazioni (26,7%) e 88 richieste o segnalazioni varie (16%). Le richieste di aiuto e informazioni provenivano in maggioranza da parenti e amici preoccupati; una minoranza da seguaci ancora affiliati che avevano maturato dubbi; pochissime da persone bisognose di aiuto dopo l’uscita. Inoltre, le 315 chiamate in tre anni non erano richieste “singole”, cioè di persone diverse, perché le stesse persone chiamavano più volte. Dunque il numero di richieste d’aiuto per anno non era di un centinaio, ma solo di qualche decina.

Ormai da 15 anni gestisco il sito “Allarme Scientology”. Nonostante io non offra alcuna forma di aiuto o consulenza, sono state molte le persone che nel tempo mi hanno scritto. Non ho tenuto statistiche sulle loro motivazioni, ma direi di poter confermare la tendenza illustrata dalla Di Marzio salvo che per gli ex affiliati, che mi hanno contattata in discreta misura. A me non scrivono per cercare aiuto, quanto piuttosto per “fare quattro chiacchiere”, per scambiare punti di vista su un’esperienza comune, per commentare gli articoli che pubblico. Essendo un sito che offre informazioni sul movimento hubbardiano, ricevo meno richieste in quel senso e più contatti di persone desiderose di scambiare opinioni.

Dall’esperienza personale e da quella riferita dalla Di Marzio, direi di poter ragionevolmente dedurre che le richieste ricevute dall’associazionismo “antisette” italiano si posizionino in modo analogo.

Continua...


Note:

1. Zingarelli, criticare: esame a cui la ragione sottopone fatti e teorie per determinare in modo rigoroso certe loro caratteristiche.

2. Vale la pena notare come anche la Chiesa di Scientology sia diventata maestra non solo nell’esibizione di riconoscimenti istituzionali, ma in tutti gli altri punti/aspetti che ho citato.


01 ago 2012

“Sette”, “antisette”, “setta degli antisette”, “aiuto” e altre riflessioni (quinta parte)


Le credenze della “setta antisette” italiana

Ho aperto il primo articolo di questa serie con la frase: «definire con precisione che cosa vada inteso per “setta” pare un compito impossibile

Per parte mia, “setta” è quel gruppo organizzato di persone legate da una forte ideologia e da obiettivi comuni che mantiene un comportamento caratterizzato da chiusura verso l’esterno, controllo verso l’interno e da una difesa intransigente dello status quo. Con questo intendo la difesa ad oltranza e dogmatica della propria ideologia, la resistenza estrema al cambiamento, l’insofferenza alla critica, l’esclusione sistematica e ostracizzante di portatori di critica e di potenziale cambiamento, una visione fortemente polarizzata del mondo che viene diviso in “buoni” (quelli come noi, che condividono in modo totale e acritico la nostra ideologia) e in “cattivi” (tutti gli altri).

Per mantenere questo status quo è necessario esercitare controllo sociale interno e mantenere uno stato di guerra permanente con chi, all’esterno, ha idee diverse. Non ultimo, partire dal presupposto che il fine giustifica i mezzi.

Se noi siamo i buoni, se la nostra ideologia è l'unica giusta e si concretizza in “azioni di aiuto” verso le “vittime” o in qualsiasi altra missione salvifica, allora propugnare quell’ideologia e difenderla diventa il fine superiore e ultimo, per cui ogni mezzo per portare avanti la nostra missione è giustificato.

Tale comportamento non è riscontrabile unicamente nei gruppi a matrice religiosa, ma in parecchi gruppi sociali. A “fare setta” non è l’etichetta surrettiziamente apposta da qualcuno, ma come quel gruppo si relaziona al suo interno e con il mondo esterno.

Gli anni di collaborazione con un certo milieu associazionistico “antisette” italiano, l’osservazione di quell’ambiente e del suo modo di operare (in particolare gli eventi dal 2008 in poi), mi avevano spinta a chiedermi se, per caso, non avessi anche io a che fare con una “setta”, quella degli “antisette”.

Come abbiamo visto, l’etimologia stessa della parola “setta” implica due tipi di comportamento: sequor [adesione attiva a una fede o a un’idea] e secare [dividere].

In base alla mia personale esperienza, l’associazionismo ”antisette” italiano li tiene entrambi.

- Adesione attiva a una fede o a un’idea, cioè a una ideologia [sequor]

L’ideologia propugnata dagli “antisette” si basa su due cardini:
  1. i gruppi a cui essi stessi appongono l’etichetta di “setta” sono invariabilmente gruppi pericolosi, abusanti, che per realizzare i propri fini trasformano gli “adepti” in marionette prive di volontà;
  2. l’unico motivo per cui si aderisce a uno di questi gruppi è la “manipolazione mentale” (plagio), che pertanto va sanzionata per legge. La sola salvezza per la “vittima” è farla uscire dal “gruppo pericoloso”, mentre per la società è distruggere il gruppo e castigare i “plagiatori”.
In che modo viene apposta l’etichetta di “setta abusante”? Avvalendosi unicamente dei "racconti dell’orrore" di alcuni ex membri e delle preoccupazioni dei familiari che si rivolgono alle “associazioni antisette”.

Wilk sostiene che «Un'ideologia si dimostra molto più specifica di un insieme generale di valori e comprende affermazioni logiche reali sul mondo. La trasformazione di tali affermazioni in ideologie avviene nel momento in cui gli individui le accettano come fatti, benché si tratti soltanto di verità parziali e relative.» [1]

I racconti dell’orrore di alcuni ex membri e le preoccupazioni dei familiari possono certamente essere veritieri, ma in questo caso si tratta di verità parziali e relative. Possono però anche essere falsi, e talvolta nascondere motivazioni diverse che non vengono rivelate. Sulla credibilità di ex membri e familiari preoccupati sono stati scritti fiumi di inchiostro. Con questo non si vuole negare che si verifichino abusi e violenze (a volte estremi) o che alcuni genitori non manifestino preoccupazioni legittime, ma solo sottolineare che non TUTTI coloro i quali si rivolgono alle associazioni sono sinceri o credibili.

La natura reale di un gruppo sociale può essere conosciuta solo con metodi di analisi che tengano conto di una pluralità di fattori e di variabili. Apporre su base puramente ideologica e parziale l’etichetta di “setta abusante” a un gruppo intero è esso stesso un abuso che può portare con sé conseguenze gravi sia di stigma sociale, sia a livello relazionale e psicologico per chi si vede accusato ingiustamente di qualcosa. Ben sappiamo quanto la stampa può essere famelica quando sul piatto vengono messe parole come “setta”, “psicosetta”, “setta satanica”, “sesso”, “abusi sessuali”, “abusi sui minori”.

- Dividere [secare]

Il comportamento teso alla divisione, alla separazione, all’ostracismo viene tenuto a più livelli. Forti della loro ideologia, le associazioni “antisette” appongono l’etichetta infamante di “setta abusante” a interi gruppi sociali. Trattandosi di “setta abusante”, quel gruppo deve allora essere espulso, separato dalla società che invece va protetta; le “vittime” lo sono di tutto il gruppo e devono essere “portate via”, “tirate fuori”, divise dalla loro congregazione. Molto significativa a questo proposito è la risposta della Dott.sa Tinelli, presidente del CeSAP, a una signora che le chiedeva aiuto: «Di questo gruppo non ho mai sentito parlare. Ma stia tranquilla, sua sorella la tireremo fuori…» [2]

Una ideologia che considera “plagiato” ogni membro di un gruppo alternativo porta con sé il tentativo di convertire a tale visione anche i parenti preoccupati che si rivolgono alle associazioni, con il serio rischio di ingenerare conflitti e divisioni in famiglia.

Inoltre, chi viene considerato “settarolo” non merita neppure di essere ascoltato, perché visto come portatore o diffusore di un “cancro sociale”. È qualcuno da cui tenersi alla larga, con cui non mescolarsi. Significativi a questo proposito il rifiuto dell’ARIS di incontrare Pietro Bono (affiliato ad Arkeon) [3] e la reazione degli “antisette” all’intervista rilasciata da Fabio Alessandrini, figlio dei fondatori della FAVIS, i quali da anni sostengono che il figlio è stato plagiato da una “santona”.

Come abbiamo visto, la medesima chiusura si manifesta nei confronti di chi sollevi critiche sull’operato degli “antisette”. Si tratti di studiosi o di semplici cittadini, essi vengono subito etichettati come “amici delle sette”. È un facile slogan che ferma sul nascere ogni voglia di riflessione, di approfondimento, di confronto diretto e ancora una volta divide il mondo in “amici” (“chi la pensa come noi”, i buoni) e “nemici” (gli “amici delle sette”, i cattivi).

Alcune settimane fa il sito “Libero Credo” ha pubblicato una “lettera segreta” molto interessante scritta dal Forum delle associazioni ecc. (ARIS, FAVIS, CeSAP) a tre senatori della Commissione Giustizia che si sta occupando del disegno di legge sulla reintroduzione del reato di plagio.

La lettera contiene alcuni elementi degni di nota:
  • non è indirizzata a tutta la Commissione Giustizia: i destinatari sono invece soltanto i senatori favorevoli a quella legge;
  • la lettera riporta solo una lunga lamentela su quanto affermato in Commissione dagli studiosi contrari alla legge.
Benché auspichino «un confronto aperto e sereno», le associazioni evitano di scendere nell’arena del confronto pubblico (scientifico e dialettico) e, a differenza degli studiosi che stanno criticando, non fanno mettere ai pubblici atti il loro pensiero. Al contrario, preferiscono lamentarsi in privato con persone di cui al più possono solleticare l’emotività, ma che non sono studiosi di funzionamento e dinamiche dei gruppi, in particolare dei gruppi religiosi.

Nella lettera le associazioni ritengono che «simili intransigenti posizioni [quelle degli studiosi] non siano certo di aiuto a un dialogo proficuo e dunque alla corretta comprensione del fenomeno settario». La dimostrazione che loro, in quanto Forum, non mantengono affatto “posizioni intransigenti” la si trova in altre due lettere inviate ai Commissari e, in copia, alla Squadra Anti Sette della Polizia di Stato cui sono i referenti privilegiati.

Nella prima denunciano «il verificarsi di fatti gravissimi»: Fabio Alessandrini, figlio del portavoce del Forum delle associazioni ecc., ha rilasciato una intervista TV in cui espone il suo punto di vista (nettamente contrastante con i racconti del padre). Quella intervista è stata caricata su YouTube e linkata da più siti internet; anche la sottoscritta s’è permessa di consigliarne l’ascolto, perché il minimo che si possa fare se ci si vuole approssimare alla «corretta comprensione del fenomeno settario» è ascoltare tutte le voci.

Nella seconda lettera ai medesimi destinatari, il Forum delle associazioni ecc. si lamenta del fatto che la Dott.ssa Di Marzio ha pubblicato sul suo blog un messaggio di Fabio Alessandrini e gli ha addirittura risposto...

La reazione di chi auspica «un confronto aperto e sereno» e «un dialogo proficuo» è stata quella di chiedere alla polizia di indagare su ciò che paventano come un «concorso [...] tra i soggetti sopra menzionati», il cui «intento manifestamente diffamatorio e lesivo, si configurerebbe [...] anche quale inequivocabile condotta preventivamente orchestrata [...] mettendo in luce [...] una delle consuete strategie d’azione attuate da gruppi cultistici abusanti e/o da soggetti a essi legati, nonché da coloro che [...] ne sostengono alcune finalità

Ed ecco riapparire il vecchio ritornello “amici e complici delle sette”. Chi si permette di criticare l’operato e l’ideologia di quelle associazioni viene presentato come un deviante (“gruppi cultistici abusanti” e “soggetti a essi legati”) che non merita ascolto, che va separato dalla “società civile” (rappresentata in questo caso da Senatori della Repubblica e da organi dello Stato) e perseguito dagli organi di polizia (la Squadra Antisette).

Ancora in tema di «confronto aperto e sereno» e di «dialogo proficuo» che sia di aiuto «alla corretta comprensione del fenomeno settario», vanno senz’altro citate le conferenze e i convegni organizzati ogni anno a livello nazionale e internazionale, e i contributi ad essi apportati dai rappresentanti “antisette”.

Le associazioni si attivano per organizzare conferenze, per esempio quelle di Aosta, di Mestre, di Nichelino, di Pescara, di Bari. Ma più che “a tema”, si tratta di conferenze monotematiche e autoreferenziali, in cui i relatori condividono tutti la stessa ideologia e perseguono i medesimi obiettivi.

Ogni anno la FECRIS organizza un convegno internazionale, momento di incontro per tutte le associazioni “antisette” federate. Ho partecipato a tre di essi: Bruxelles 2006, Amburgo 2007, Pisa 2008. L’ingresso a questi eventi è riservato unicamente alle associazioni e ai loro invitati; i relatori provengono unicamente dall’ambiente “antisette”. Ricordo che un noto studioso italiano nel 2008 avrebbe voluto partecipare, ma le associazioni nazionali rifiutarono di estendergli l’invito in quanto affiliato a una associazione percepita come concorrente e non lo volevano a “curiosare”.

Ho partecipato a tre convegni ICSA (International Cultic Studies Association) che, data la sua storia, non può certo essere definita “amica delle sette”: nel 2007 a Bruxelles ero l’unica italiana; nel 2009 a Ginevra, benché fosse stata organizzata una sezione interamente in italiano, nessun rappresentante delle cinque associazioni che compongono il Forum ecc. ritenne di partecipare. Lo stesso avvenne a Roma nel 2010.

Ma sono proprio la partecipazione a quel tipo di convegni e la presentazione di proprie relazioni che permettono il «confronto aperto e sereno» e il «dialogo proficuo» che insieme portano alla «corretta comprensione del fenomeno settario», non certo il rinchiudersi nella propria realtà autoreferenziale dove ci si dà ragione a vicenda e si sbarra il passo a prospettive diverse.

L’esperienza personale maturata in certi ambienti – sia in Scientology 30 anni fa, sia in ambito “antisette” in periodi più recenti – la riflessione sul significato etimologico della parola “setta” e l’osservazione di alcuni comportamenti e atteggiamenti, mi fa concludere che, anche in Italia, si può parlare di una “setta antisette”.

Capisco che a un certo associazionismo o ai suoi singoli attivisti possa non piacere essere definiti “setta”, ma è la stessa Dott.ssa Tinelli, presidente del CeSAP, a insegnarci che:
Il termine setta deriva dal latino secare (separare) e sequor (seguire) [qui]
poi tra l’altro pare che esista una sentenza recente che definisce non un reato parlare di setta, quindi si può anche parlare di setta ...
deriva dal latino sequor, seguire, quindi non è una… non ha assolutamente un significato negativo. [qui]

Continua...


Note:

1. Richard Wilk, Economie e culture, Bruno Mondadori.

2. Nel secondo articolo di questa serie, alle note 2 e 3, ho riportato alcuni passaggi di una relazione di Anson Shupe sulla forma mentis e il modus operandi degli operativi del CAN, una delle maggiori “associazioni antisette” americane chiusa per bancarotta alla fine degli anni ’90.

La forma mentis dimostrata dalla Dott.sa Tinelli nella sua risposta sembra ricalcare quella del CAN, come anche quella di Maria Pia Gardini, altra visibile esponente dell’associazionismo “antisette” italiano, che in un’intervista RAI ha dichiarato: «Da quando sono uscita da Scientology io mi sono dedicata ad aiutare le persone a uscire [...] io finora ho tirato fuori 52 persone. È quello che io farò fino a che avrò un attimo di respiro

Ecco che cosa scrisse Shupe:

«È noto che quando Kathy Tonkin, madre di tre figli pentecostali per cui era in cerca di deprogrammazione, contattò il CAN, né il capo deprogrammatore ed “esperto biblico” Rick Ross né alcun altro al CAN avevano mai sentito parlare della Tabernacle Life Church. Ma la faccenda si dimostrò irrilevante poiché il CAN disponeva di una rete infinitamente ampia atta a monitorare le possibili “sette” e, con spirito imprenditoriale, dava per scontato che la maggioranza dei gruppi su cui riceveva richieste di informazioni giustificasse “l’intervento” [la deprogrammazione o “exit counseling”] a favore delle famiglie. [...] [Il ragionamento sottostante] sembrava essere: “Tutti i gruppi che ci vengono segnalati, o che danno fastidio a qualcuno, richiedono un intervento”. Il risultato fu una stagione [di caccia] aperta non solo ai nuovi movimenti religiosi, ma a qualunque organizzazione lasciasse presupporre una disciplina accettata con entusiasmo, 'auto-maestria', 'auto-miglioramento', 'auto-sostentamento' e che mantenesse credenze spirituali profonde.» (“CAN, We Hardly Knew Ye: Sex, Drugs, Deprogrammers’ Kickbacks, and Corporate Crime in the (old) Cult Awareness Network”, Shupe. A., Darnell, S.E., 2000, SSSR).


3. Si veda anche qui. Qualche anno fa segnalai a un dirigente di “associazione antisette” l’interessante blog di Pietro Bono e le sue riflessioni sempre pacate, puntuali e documentate. È lecito non condividere le sue conclusioni, ma resta un materiale interessante che per un operatore del settore è doveroso conoscere. Il dirigente mi rispose che lui non aveva tempo da perdere nella lettura del “blog di un settarolo”.