02 ago 2012

“Sette”, “antisette”, “setta degli antisette”, “aiuto” e altre riflessioni (sesta parte)


Aiuto

Definizione della parola aiuto del Grande Dizionario Italiano (UTET):
intervento a favore di qualcuno o qualcosa in difficoltà
verbo aiutare:
fare oggetto di aiuto o di assistenza, agevolare, favorire.
Come per la parola setta anche aiuto e aiutare si direbbero dei “termini contenitore” che ognuno riempie con le proprie credenze e la propria emotività.

Le dottrine dei Nuovi Movimenti Religiosi, al pari dei “vecchi”, contengono messaggi di aiuto e speranza che si potrebbero riassumere con un:
Alla fine del tunnel [qualunque esso sia, e quale sia il tuo tunnel lo sai tu] c’è la luce. Forse ora non sei in grado di vederla, ma noi ti aiutiamo a raggiungerla. Il nostro compito è assisterti nell’impresa, accompagnarti, educarti.
La “morfologia” del tunnel e il percorso per uscirne è ciò che differenzia le varie dottrine spirituali e religiose e le relative prassi. Alcune ci sono familiari perché rimandano alle forme a cui siamo già stati educati e socializzati, a messaggi salvifici noti e, come tali, accettabili e condivisibili. Altre non appartengono alla nostra cultura e ci paiono assurde, bizzarre, ridicole, incredibili. Ma è innegabile che alla base di quelle dottrine c’è un messaggio di aiuto. Il medesimo messaggio di aiuto è riscontrabile nei gruppi del potenziale umano (dagli antisette definiti “psicosette”), in cui la componente spiritual-religiosa è assente o celata agli occhi del neofita, tanto da non risultare immediatamente evidente.

Nel primo articolo di questa serie ho accennato a Parsons, secondo il quale i processi socializzativi sono strettamente legati al controllo sociale. Per mantenersi e riprodursi, la struttura sociale necessita di norme che la tengano insieme. Ognuno di noi interiorizza quelle norme grazie al processo socializzativo svolto in prima battuta dalla famiglia e, in seconda, dalla scuola e da altre agenzie, per esempio quelle religiose e morali di riferimento. Il controllo sociale consiste essenzialmente nel sanzionare i comportamenti devianti (che potrebbero rompere l’equilibrio della struttura) e nell’allontanare o espellere chi li tiene.

Sempre nel primo articolo, ho riportato la definizione di setta come di un
gruppo di persone che professano una particolare dottrina politica, filosofica, religiosa e sim., in contrasto o in opposizione a quella riconosciuta o professata dai più.
Ogni setta, però, è un gruppo sociale dotato di una sua cultura, di una sua struttura e di sue norme interne condivise dagli appartenenti, che a loro volta considereranno devianti le istanze non conformi.

Più un gruppo mantiene una ideologia forte e dogmatica più numerose saranno le norme, maggiori le richieste di conformismo e il controllo sociale. La devianza e il conflitto porterebbero alla disgregazione del gruppo, che già si trova a dover fronteggiare una cultura di maggioranza che invece il gruppo contesta o a cui si oppone.

Abbiamo così che se il messaggio iniziale di aiuto è quello più appariscente, sarà comunque inevitabilmente accompagnato da richieste più o meno forti di conformismo, dalla convinzione di essere circondati da nemici e dalla chiusura verso l’esterno. Quanto maggiori saranno queste richieste, convinzioni e chiusure, tanto più noi percepiremo quel gruppo come intransigente e settario. Ciò che fa setta, pertanto, è il modello relazionale esistente tra gli aderenti e verso l’esterno, non un’etichetta apposta ex cathedra da chi considera deviante il messaggio salvifico non mainstream.

È innegabile che anche tra i Nuovi Movimenti Religiosi troviamo modelli relazionali settari, così come li riscontriamo in altri raggruppamenti sociali. Ma non si tratta di modelli necessariamente criminali o criminogeni; per alcune persone essi possono addirittura rappresentare un’ancora di salvezza, un modello che permette loro di funzionare adeguatamente in una società pluralista sempre più ricca di proposte, di richiami, di offerte che le lasciano frastornate. Rapporti asimmetrici, direttività e relazioni di dipendenza non sono necessariamente patologici.

È chiaro, e su questo c’è il più ampio consenso, che se all’interno di un gruppo si commettono dei reati, quei reati vanno sanzionati. Ma all’interno dei NMR non si commettono più reati di quanti se ne commettano in altri gruppi sociali. È invece più probabile la presenza di codici morali diversi che determinano certi comportamenti, i quali potrebbero essere giudicati immorali dalla mentalità predominante. La morale è strettamente legata alla cultura, all’insieme di credenze. Tuttavia, tra immorale, pericoloso e illegale c’è differenza.

Uno dei leit motiv degli “antisette” è che l’interesse deve concentrarsi sui comportamenti, non sulla credenza – che in virtù del concetto di political correctness andrebbe sempre rispettata.

È convinzione generale, però, che i comportamenti giudicati immorali (un esempio su tutti, l’omosessualità) siano anche pericolosi e vadano contrastati. Tuttavia, noi viviamo in una società liberale sempre più pluralista, sempre più complessa, sempre più attraversata da istanze e traiettorie diverse; per poter razionalizzare la presunta pericolosità di certi comportamenti si deve perciò ricorrere alla ideologia come definita da Wilk (vedi quinta parte) cosicché l’opinione pubblica si convinca della necessità di contrastarli. E c’è un ulteriore problema: credenza e comportamento sono strettamente collegati.

Di “prelogica e logica classica” secondo Lévy-Bruhl ho già parlato altrove. Altri studiosi si sono interessati alle credenze altrui in relazione ai comportamenti: Malinowski sosteneva che per comprendere l’azione sociale degli individui fosse necessario «osservare il loro mondo con i loro occhi», principio alla base dell’osservazione partecipante.

Evans-Pritchard ha dato un grosso contribuito teorico alla comprensione dell’altro, del diverso, nel suo famoso libro Stregoneria, oracoli e magia tra gli Azande. In esso, l’autore analizza la struttura del pensiero magico del popolo stanziato tra gli attuali Congo e Sudan studiato alla fine degli anni ’20 del ‘900. Evans-Pritchard giunse alla conclusione che il pensiero zande ha una sua coerenza interna: date certe premesse si hanno determinate conseguenze. Restava il problema di capire perché, pur dimostrandosi razionali nelle incombenze quotidiane, gli Azande potessero fondare i loro ragionamenti su premesse logiche chiaramente errate. Secondo l’autore il problema della razionalità non andava posto nell’alternativa vero/falso, ma in termini di coerenza interna di ogni sistema di credenze.

In questa prospettiva, conoscere la credenza dei NMR è essenziale per comprendere il comportamento dei loro membri e dargli un senso. Anche la cosa più apparentemente assurda diviene così comprensibile dal loro punto di vista e cadono parecchie ipotesi “plagiarie” che pretenderebbero di spiegare univocamente certi comportamenti.

La sostanza ultima degli autori citati e di altri etnologi è che dobbiamo liberarci dall’etnocentrismo che ci porta a considerare sbagliato, assurdo, primitivo, pericoloso - e quindi sanzionabile - ciò che non rientra nei nostri modelli e nei nostri schemi culturali e morali.

Sebbene Malinowski, Lévy-Bruhl, Evans-Pritchard scrivessero di cosiddette “società primitive”, il loro approccio può essere utilizzato per cercare di comprendere i gruppi sociali contemporanei di minoranza. Questo sforzo non nega il diritto di sottoporre ad analisi critica [1] i codici morali e le norme altrui; dibattito e maggior conoscenza portano a una migliore comprensione, a più tolleranza, a meno intransigenza e paura del diverso.

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, l’associazionismo “antisette” non si è generalmente dimostrato più bendisposto alla critica [1] dei suoi codici morali, meno chiuso e dogmatico, meno dotato di una ideologia forte e intransigente di quei gruppi a cui appone l’etichetta di “setta”.

Così come le “sette”, anche quel tipo di associazionismo offre aiuto e si è dato una missione salvifica strettamente collegata alle sue credenze, le quali dimostrano di avere una coerenza interna. Come per gli Azande studiati da Evans-Pritchard, «date certe premesse si avranno determinate conseguenze».

Se si mantiene la credenza che le “sette” plagino i loro membri, abbiano inevitabilmente dei “fini loschi” e una lunga scia di “vittime”, la forma di aiuto offerta consisterà nel “tirarle fuori da quella trappola” mentre la missione salvifica sarà il mettere in guardia parenti preoccupati e opinione pubblica sui pericoli che tali “sette” rappresentano per l’individuo e la società. Si tratta di un’opera di convincimento e di socializzazione alle proprie credenze comune a tutti i gruppi sociali.

Psicologia e sociologia ci insegnano che l’opera di convincimento può consistere nell’analisi razionale e completa dei fatti oppure nel tentativo di persuasione, che è quel processo manipolativo che, aggirando la ragione, fa appello all’emotività.

In questo senso, il discorso di un certo associazionismo “antisette” non sembra diverso da quello dei gruppi che esso considera “sette”. Tende infatti a far leva sulle paure e su un presunto allarme sociale; a sottolineare la sua funzione di aiuto, il suo ruolo sociale positivo e di denuncia, la sua base volontaristica e quindi intrinsecamente “buona”; a presentarsi “sotto attacco continuo”, “attacco” portato a dimostrazione del fastidio dato “ai cattivi” e perciò della bontà del proprio operato; a esibire riconoscimenti istituzionali (es. qualche patrocinio pubblico, qualche appoggio politico o l’essere assurti al ruolo di informatori privilegiati e collaboratori della Squadra Anti Sette della Polizia) a garanzia del proprio operato, ecc. [2]

Tuttavia, come succede con i movimenti controversi anche nel caso dell’associazionismo “antisette” è generalmente arduo riuscire a capire dall’esterno quale sia la forma di aiuto realmente offerta alle varie tipologie di richiesta. La parola aiuto è già in sé un “termine contenitore” che ognuno di noi riempie con il suo personale portato emotivo. Se uno aiuta e offre aiuto siamo automaticamente indotti a pensare che faccia intrinsecamente del bene.

Benché alcune associazioni “antisette” affermino di ricevere annualmente centinaia se non migliaia di richieste di aiuto, esse non forniscono dati che ci permettano di capire in che cosa è consistito l’aiuto dato e per quali motivi siano state contattate.

Lo specchietto riportato nel libro Nuove religioni e sette ci dice che nel periodo in cui l’autrice (Raffaella Di Marzio) gestì il centro di ascolto romano del GRIS (1998-2000) arrivarono 315 richieste di aiuto da parte di familiari e seguaci (57,3%), 147 richieste di informazioni (26,7%) e 88 richieste o segnalazioni varie (16%). Le richieste di aiuto e informazioni provenivano in maggioranza da parenti e amici preoccupati; una minoranza da seguaci ancora affiliati che avevano maturato dubbi; pochissime da persone bisognose di aiuto dopo l’uscita. Inoltre, le 315 chiamate in tre anni non erano richieste “singole”, cioè di persone diverse, perché le stesse persone chiamavano più volte. Dunque il numero di richieste d’aiuto per anno non era di un centinaio, ma solo di qualche decina.

Ormai da 15 anni gestisco il sito “Allarme Scientology”. Nonostante io non offra alcuna forma di aiuto o consulenza, sono state molte le persone che nel tempo mi hanno scritto. Non ho tenuto statistiche sulle loro motivazioni, ma direi di poter confermare la tendenza illustrata dalla Di Marzio salvo che per gli ex affiliati, che mi hanno contattata in discreta misura. A me non scrivono per cercare aiuto, quanto piuttosto per “fare quattro chiacchiere”, per scambiare punti di vista su un’esperienza comune, per commentare gli articoli che pubblico. Essendo un sito che offre informazioni sul movimento hubbardiano, ricevo meno richieste in quel senso e più contatti di persone desiderose di scambiare opinioni.

Dall’esperienza personale e da quella riferita dalla Di Marzio, direi di poter ragionevolmente dedurre che le richieste ricevute dall’associazionismo “antisette” italiano si posizionino in modo analogo.

Continua...


Note:

1. Zingarelli, criticare: esame a cui la ragione sottopone fatti e teorie per determinare in modo rigoroso certe loro caratteristiche.

2. Vale la pena notare come anche la Chiesa di Scientology sia diventata maestra non solo nell’esibizione di riconoscimenti istituzionali, ma in tutti gli altri punti/aspetti che ho citato.


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